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 Si può esistere senza arte, ma senza di essa non si può vivere ...... Oscar Wilde 


Con "civiltà" o "cultura" contadina vengono generalmente indicate tutte quelle usanze che accompagnavano il mondo rurale che si sono conservate fino alla fine degli anni cinquanta del Novecento, e cioè le consuetudini legate al ciclo della vita (la nascita, i giochi dei piccoli, i passatempi dei grandi, il fidanzamento, il matrimonio, la morte), le tradizioni del ciclo dell'anno (le attività agricole, l'influenza della luna, le previsioni del lunario, le festività del calendario liturgico, le ricorrenze dei Santi, i proverbi che scandivano l'andamento della stagione), le manifestazioni popolari (sagre, fiere, mercati) e la cultura orale (filastrocche, conte, cantilene, indovinelli, canti), frutto di una sapienza, di una saggezza più che millenaria.
Questa cultura veniva trasmessa ai più giovani nel contatto quotidiano del lavoro nei campi, nei cortili, o durante i filò, quando ci si raccoglieva nella stalla per sfuggire ai rigori del freddo nelle lunghe giornate invernali. In questa "scuola di comunità", come la chiama Ulderico Bernardi, mentre le donne filavano e gli uomini riparavano attrezzi o giocavano a carte, venivano rivissute le storie del paese e le tradizioni, venivano trasmesse le preghiere popolari, i modi di dire, le superstizioni. Qualche esperto narratore, aiutandosi con i gesti e con i bruschi cambiamenti di tono, affascinava gli uditori con le sue storie di santi, di eroi, di orchi o di streghe.
Dopo la seconda guerra mondiale, a partire dagli anni Cinquanta, la nostra società si è rapidamente trasformata, passando da agricola a industriale, per divenire infine società del terziario.
Il progresso tecnologico ha imposto cambiamenti di vita sempre più veloci, forse traumatici per qualche anziano; il benessere economico iniziato negli anni Sessanta ha creato nuovi bisogni che i mass-media pubblicizzano e l'industria fornisce a buon mercato: all'inizio la cucina economica, la radio, il frigo, poi il televisore, la lavatrice, l'automobile e ora il computer, il telefonino, il condizionatore.
Con l'arrivo di questi beni sono scomparsi la vita comunitaria, il gusto della conversazione, gli incontri all'osteria, e con essi è scomparsa anche l'oralità. Ma "quando l'oralità muore e il tempo cancella i ricordi degli anziani, la tradizione finisce", ha scritto Marisa Milani.
Nel giro di pochi anni è stato cancellato un mondo che era rimasto pressoché immutato per secoli. Tradizioni, usanze, consuetudini di vita, riti stagionali, credenze religiose, conoscenze agricole e abilità artigianali sono andate perdute o dimenticate. Attrezzi di lavoro, oggetti d'uso della vita quotidiana e mobili sono stati inesorabilmente abbandonati sotto le tettoie, riposti nei solai, distrutti, sostituiti con altri oggetti più moderni, più funzionali, costruiti con nuovi materiali e pubblicizzati dalla televisione. Insieme con essi è stato buttato via tutto un mondo di tradizioni, di sapienza, di esperienza: la cultura contadina.
Le giovani generazioni non riescono ad immaginare il duro lavoro e gli stenti dei loro nonni, non riescono nemmeno a capirli, perché è andato ormai perduto il contatto con la terra, la conoscenza dei lavori agricoli, il legame con le stagioni, il valore di ogni oggetto, che, una volta esaurita la sua funzione, non veniva gettato via, ma riadattato ad altri usi. Come hanno perduto la manualità dei loro padri quei giovani coltivatori di oggi che, abituati ad usare solo macchine e trattori moderni, non hanno conosciuto gli antichi attrezzi.
E con la fine della cultura contadina si è incominciato a perdere anche il significato di tante parole, e a parlare sempre più spesso in lingua italiana con i figli e nei rapporti sociali, quasi provando vergogna del vecchio dialetto. Non ci siamo accorti che con la perdita del dialetto perderemo la nostra identità, perché la lingua parlata è il primo elemento, il segno più reale di una identità, che durerà finché durerà il dialetto.